Il mondo post-universitario italiano

Nel sistema educativo italiano si distinguono principalmente quattro tipologie di titoli post-universitari. Questi titoli possono infatti essere conseguiti solo in possesso di una laurea triennale o di una laurea magistrale.

  • I master di primo o secondo livello. I primi si possono ottenere se si è in possesso di una laurea triennale, i secondi di una laurea magistrale. I master, che possono essere universitari (se erogati da un’università) o organizzato da altro istituto abilitato, hanno la finalità di approfondire specifici ambiti disciplinari. Prevedono spesso esperienze all’estero e quasi sempre stage curricolari;
  • Il dottorato di ricerca: ha l’obiettivo di preparare alla metodologia per la ricerca scientifica avanzata. Prevede solitamente un’esperienza estera e l’utilizzo di laboratori di ricerca. L’ammissione richiede il possesso di una laurea magistrale e il superamento di un concorso per l’accesso. La durata è di almeno tre anni;
  • La specializzazione: tale titolo universitario post lauream viene erogato dalle Scuole di Specializzazione e ha lo scopo di formare specialisti in un determinato settore;
  • L’Esame di Stato per l’abilitazione all’esercizio delle professioni: a seguito del superamento dell’esame, si è abilitati all’esercizio di una determinata professione ed è possibile iscriversi al corrispondente Albo Professionale. In Italia esistono 26 ordini e collegi professionali (Assistenti Sociali, Avvocati, Chimici, Commercialisti, Ingegneri, Medici e Odontoiatri, Notai, Periti Agrari, Psicologi…).

Di seguito un grafico che consente di visualizzare i diplomati/abilitati in territorio italiano per ogni tipologia di titolo post-universitario. Nei dati MIUR vengono considerati solo i master universitari e non quelli privati.

Com’è possibile evincere dal grafico, dal 2007-2008 si è assistito ad un calo marcato di diplomati alle scuole di specializzazioni e di abilitati all’esame di stato. Hanno rallentato inoltre i diplomati ai master universitari (ad eccezione di quelli di primo livello) e i dottori di ricerca. Nel 2018 hanno conseguito un titolo post lauream circa 104.000 persone contro le quasi 131.000 del 2007.

Per quanto riguarda i dottorati di ricerca, l’Associazione Dottorandi e Dottori di ricerca in Italia (ADI) ha calcolato che dal 2007 al 2018 i posti banditi per un dottorato di ricerca sono diminuiti di oltre il 43%. I posti banditi nel 2018 sono 8.960 (-3,5% rispetto al 2017). Nel 2007 erano 15.832.
La riduzione negli anni è dovuta al taglio drastico dei posti non finanziati (senza borsa di studio). Dal 2010 sono passati ad essere il 39% dei totale, fino al 16,9% del totale nel 2018. La riduzione costante dei dottorandi non borsisti è dovuta ad una normativa del 2014. Quest’ultima puntava ad ottenere il 75% dei posti banditi finanziati da borsa di studio.
Allo stesso tempo, nel 2018 si è registrato un lieve aumento del numero di corsi di dottorato, dopo la grande contrazione avvenuta negli scorsi anni. Dal minimo del 2014 (896), si è passati a 967 del 2018, pur considerando che nel 2007 erano 2.223.

Tra i Paesi OCSE, l’Italia risultava nel 2014 al 9° posto per numero di posti banditi per dottorati (10.678). I Paesi che la superavano erano in ordine: USA (67.500), Germania (28.150), Regno Unito (25.000), India (24.300), Giappone (16.000), Francia (13.700), Sud Korea (12.900) e Spagna (10.900).
Sempre tra i Paesi OCSE, l’Italia risultava 29°, nel 2012, per numero di dottori in possesso del titolo, con 3,9 dottori per 1.000 abitanti (25-64 anni). Svizzera, Austria, USA, Svezia, Lussemburgo, Germania, Israele, Regno Unito e Finlandia contavano, già al tempo, più di 10 dottori per 1.000 abitanti (25-64 anni).

In media, nel 2018, i dottorandi Italiani si iscrivono uno o due anni dopo aver conseguito la laurea biennale magistrale, all’età di 29,5 anni. Il 63%, al momento dell’iscrizione, ha meno di 30 anni. Dal punto di vista del genere, non ci sono differenze significative.
Il 66,2% dei dottorandi svolge il dottorato nella stessa università in cui ha conseguito la laurea. Questo fenomeno, definito academic inbreeding (consanguineità accademica), è sconsigliato da un’ampia letteratura. Specializzare e assumere dottorandi laureati nello stesso ateneo non aiuta a far circolare le idee tra diverse università e limita dunque le potenzialità della ricerca.
Il fenomeno dell’acadamic inbreeding, non è l’unico neo legato al mondo dei dottorandi italiani. Vi sono infatti almeno quattro problematiche segnalate da più istituti di ricerca:

  • Il 15% dei dottorati intervistati da ADI nel 2018 ha dichiarato di aver riscontrato problemi con il proprio tutor per vari motivi; per lo più, per temi legati alla didattica, per la sua presenza discontinua, limitata o assente, per scarsa o cattiva comunicazione, per richieste eccessive e/o improprie;
  • Secondo un’analisi di Almalaurea del 2018 sembra che il mercato del lavoro non riesca a valorizzare a pieno il percorso formativo dei dottori. Il tasso di disoccupazione dei dottori di ricerca è basso, pari al 5,7%, ma passa dal 2,9% per i dottori in scienze di base ad oltre l’11% per i dottori in scienze umane;
  • Oltre alle differenze legate alla tipologia di percorso accademico, vi sono chiari problemi da un punto di vista territoriale. Il 48,2% dei dottorandi sono iscritti al Nord, il 29,6% al Centro e il 22,2% al Sud.
    I primi 10 atenei (quasi tutti del Nord) per numero di posti banditi, nel 2018, hanno bandito il 43% del totale dei posti;
  • Dati dell’ISSA e OCSE del 2017 hanno rilevato che i ricercatori italiani guadagnano in media circa 30.000 dollari annui; quattro volte meno rispetto ai colleghi statunitensi (120.000), ma anche meno rispetto a quelli inglesi (75.000), tedeschi (60.000) e francesi (50.000). Pur considerando il diverso potere di acquisto dei Paesi, il reddito dei dottorati italiani risulta decisamente inferiore alla media. Anche per tale motivo, nel 2019, a quattro anni dal conseguimento del titolo, il 18,8% dei dottori di ricerca attualmente vive e lavora all’estero. Le mete preferite risultano Regno Unito (21,2%), USA (14%), Germania (11,7%) e Francia (11,2%).

Detto ciò, nel 2018, le retribuzioni mensili nette dei dottori di ricerca a un anno dal titolo, sono superiori a quanto rilevato tra i laureati magistrali; 1.703 euro rispetto ai 1.285 percepiti dai laureati magistrali a un anno dalla laurea e ai 1.499 dei laureati magistrali a cinque anni dal titolo.
Inoltre, il tasso di occupazione ad un anno dal conseguimento del titolo di dottore di ricerca è dell’89%; anche questo dato superiore a quello dei laureati magistrali (ca 72%).

A differenza di ciò che accade nell’ambito dei dottorati, per quanto riguarda il mondo dei master, l’ambito di specializzazione più ricercato è quello del management d’impresa. Non mancano comunque master in altri campi, come quello giuridico, umanistico o scientifico.
Anche nel mondo dei master italiani, vi sono luci ed ombre. Tra gli aspetti positivi troviamo i seguenti:

  • Un’indagine di Almalaurea, che ha riguardato 9.400 diplomati di master di 22 atenei del 2016, ha rilevato una soddisfazione del 93,7% del corso. Inoltre più del 44% degli intervistati ha considerato il titolo molto efficace nel mondo del lavoro. Il livello qualitativo dei master erogati in Italia sembra difatti crescere ogni anno. Nella classifica annuale stilata dal Financial Times sui migliori master in management, la SDA Bocconi di Milano è arrivata tra le prime 5 in Europa. Nella QS World University Rankings 2020, tra i primi 100 master al mondo, vi sono corsi organizzati dal Politecnico di Milano, dalla SDA Bocconi e della Luiss di Roma; le materie più blasonate: management internazionale, project management, risk management, business analytics e marketing;
  • Ad un anno dal conseguimento del master, il tasso di occupazione registrato nel 2018 da Almalaurea è dell’88,6%; 88,4% per i diplomati di primo livello e 89% per i diplomati di secondo. Per arrivare a questo tasso occupazionale con la semplice laurea magistrale occorrono mediamente cinque anni;
  • La retribuzione mensile netta, ad un anno dal conseguimento del master, è pari, nel 2018, a 1.717 euro; 1.510 per i diplomati di primo livello, 2.035 per quelli di secondo. Entrambi i valori più alti di quelli registrati da un laureato magistrale.

Come anticipato, vi sono però anche degli aspetti negativi:

  • Innanzitutto, i costi per partecipare ad un master sono alti: superiori mediamente ai 5.000 euro annui con picchi di 20-40.000 euro. Stando alle rilevazioni Almalaurea del 2018, solo il 20% dei posti banditi per i master è coperto da borsa di studio parziale o totale. Il 9,3% degli iscritti ha potuto contare sulla copertura totale dei costi di iscrizione. Il 19% dei finanziamenti è stato erogato dall’università, il 46% da altri enti pubblici e il 26% da enti privati;
  • Anche per il motivo di cui sopra, l’estrazione sociale della famiglia dell’iscritto è un fattore fondamentale. Tra i diplomati di master di II livello, nel 2018, il 40% ha almeno un genitore laureato, contro il 34% dei laureati magistrali; tra i diplomati di master di primo livello, gli iscritti che hanno almeno un genitore laureato sono il 28,8%, contro il 26,4% dei laureati triennali.

Per quanto riguarda le specializzazioni, le aree di specializzazione sono quella sanitaria (ad accesso riservato ai medici e non), veterinaria, dei beni culturali, psicologica e delle professioni legali.
Anche questo titolo post lauream consente di ottenere un trattamento economico superiore alla media di quello dei laureati magistrali. Per quanto riguarda l’area di specializzazione medica, ad esempio, il trattamento è corrisposto mensilmente dalle Università e, tolte le trattenute, lo stipendio netto è pari a circa 1.650 euro al mese per i primi due anni e a circa 1.750 euro al mese per gli anni successivi.
Allo stesso tempo, sono richieste, agli specializzandi medici, numerose tasse, che non seguono criteri uniformi a livello nazionale, né regolamenti progressivi che tengano conto di indicatori familiari e del costo della vita nelle diverse città. Inoltre, sul tema degli stipendi, vi sono forti discrepanze con altri Paesi esteri. Quest’ultimo aspetto ha comportato negli ultimi anni, assieme ad altre variabili, un massiccia emigrazione di manodopera qualificata.

Per combattere l’emigrazione qualificata ed aumentare il numero di persone in possesso di un titolo post lauream, l’Italia dovrebbe investire maggiormente nel proprio sistema educativo. In particolare, occorrerebbe incentivare la diffusione di titoli post lauream di ogni tipo evidenziando i numeri relativi all’occupazione e alla retribuzione connessi a questi tipi di titoli.
In questo modo, si potrà contemporaneamente incontrare la domanda di specializzazione richiesta dal tessuto economico e combattere ad armi pari con altri Paesi sviluppati. Per approfondire il tema del disallineamento tra domanda e offerta di lavoro e il fenomeno dell’occupazione e disoccupazione in Italia, si rimanda all’apposito articolo.

TAKE AWAY

► Nel 2018 hanno conseguito un titolo post lauream circa 104.000 persone contro le oltre 130.500 del 2007.
► L’Italia è nelle ultime posizioni, tra i Paesi OCSE, per quanto riguarda i ricercatori per popolazione residente. Il mondo della ricerca soffre di academic inbreeding, di problemi relativi alla geografia, al rapporto tutor-ricercatore, alle aspettative di crescita professionale. I dottorandi, come gli specializzandi, vengono remunerati meno rispetto all’estero. Anche il mondo dei master ha alcune ombre, dovuti agli alti costi di iscrizione, che rischiano di rendere il titolo classista.
► Ciononostante, il tasso di occupazione e la remunerazione garantiti da un titolo post lauream sono mediamente superiori rispetto a quelli garantiti da una laurea magistrale. Anche in ottica di competizione globale, è auspicabile mitigare le debolezze nostrane e puntare maggiormente alla diffusione di tali titoli.

Fonti:
Istat – Il mercato del lavoro 2019: verso una lettura integrata – Marzo 2020
MIUR – Portale dei Dati dell’Istruzione Superiore – Marzo 2020
MIUR – Offerta Formativa – Gennaio 2020
Almalaurea – V Indagine condizione occupazionale dei Dottori di ricerca – 2020
Almalaurea – V Indagine condizione occupazionale dei Diplomati di master – 2020
Financial Times – European business school rankings – 2020
Top Universities – QS Management Masters Rankings – 2020
ADI – VIII Indagine ADI su Dottorato e Postdoc – Maggio 2019
FederSpecializzandi – 1° Report nazionale sulla tassazione universitaria dei medici in formazione specialistica – 2019
ANVUR – Rapporto Biennale sullo Stato del Sistema Universitario e della Ricerca 2018 – Gennaio 2019
OCSE – OECD Science, Technology and Innovation Outlook 2018 – Dicembre 2018
OCSE & ISSA – International survey of scientific authors – 2017