Il mondo post-universitario italiano

Analizzare i numeri relativi al mondo post-universitario di un Paese è fondamentale per capirne il potenziale in termini di ricerca e innovazione. Nel sistema educativo italiano si distinguono principalmente quattro tipologie di titoli post-universitari:

  • I master di primo o secondo livello: i primi si possono ottenere se si è in possesso di una laurea triennale, i secondi di una laurea magistrale. I master, che possono essere erogati da un’università (universitari) o organizzato da altro istituto abilitato, hanno la finalità di approfondire specifici ambiti disciplinari. Prevedono spesso esperienze all’estero e stage curricolari;
  • Il dottorato di ricerca: ha l’obiettivo di preparare alla metodologia per la ricerca scientifica avanzata. Prevede solitamente un’esperienza estera e l’utilizzo di laboratori di ricerca. L’ammissione richiede il possesso di una laurea magistrale e il superamento di un concorso per l’accesso. La durata è di almeno tre anni;
  • La specializzazione: tale titolo viene erogato dalle Scuole di Specializzazione e ha lo scopo di formare specialisti in un determinato settore;
  • L’Esame di Stato per l’abilitazione all’esercizio delle professioni: a seguito del superamento dell’esame, si è abilitati all’esercizio di una determinata professione ed è possibile iscriversi al corrispondente Albo Professionale. In Italia esistono 26 ordini e collegi professionali (Avvocati, Commercialisti, Ingegneri, Medici e Odontoiatri, Notai, Psicologi…).

I numeri del Bel Paese

Di seguito un grafico che consente di visualizzare i diplomati/abilitati in territorio italiano per ogni tipologia di titolo post-universitario sopra menzionato. Nei dati MIUR vengono considerati solo i master universitari e non quelli privati.

Com’è possibile evincere dal grafico, dal 2007-2008 si è assistito ad un calo marcato di diplomati alle scuole di specializzazioni e di abilitati all’esame di stato. Hanno rallentato inoltre i diplomati ai master universitari (ad eccezione di quelli di primo livello) e i dottori di ricerca. Nel 2019 hanno conseguito un titolo post lauream circa 97.000 persone contro le quasi 131.000 del 2007. Si ricorda che sono esclusi dalla statistica i master erogati da un istituto diverso dall’università.

Quanti ricercatori in Italia

Tra i Paesi OCSE, l’Italia risultava, nel 2012, 29° per numero di dottori di ricerca, con 3,9 dottori per 1.000 abitanti (25-64 anni). Svizzera, Austria, USA, Svezia, Lussemburgo, Germania, Israele, Regno Unito e Finlandia contavano, già al tempo, più di 10 dottori per 1.000 abitanti (25-64 anni). Nel 2014 il Bel Paese era al 9° posto per numero di posti banditi per dottorati (10.678) dietro USA (67.500), Germania (28.150), Regno Unito (25.000), India (24.300), Giappone (16.000), Francia (13.700), Sud Korea (12.900) e Spagna (10.900). Si sta dunque cercando di invertire la rotta. Negli ultimi anni i dati non risultano però molto confortanti.

L’Associazione Dottorandi e Dottori di ricerca in Italia (ADI) ha calcolato che dal 2007 al 2018 i posti banditi per un dottorato di ricerca sono diminuiti di oltre il 43%. I posti banditi nel 2018 sono 8.960 (-3,5% rispetto al 2017). Nel 2007 erano 15.832. La riduzione negli anni è dovuta al taglio drastico dei posti non finanziati (senza borsa di studio). Dal 2010 sono passati ad essere il 39% dei totale, fino al 16,9% del totale nel 2018.
Allo stesso tempo, nel 2018 si è registrato un lieve aumento del numero di corsi di dottorato, dopo la grande contrazione avvenuta negli scorsi anni. Dal minimo del 2014 (896), si è passati a 967 del 2018, pur considerando che nel 2007 erano 2.223.

Un focus sui dottorandi italiani

In media, nel 2018, i dottorandi Italiani si iscrivono uno o due anni dopo aver conseguito la laurea biennale magistrale, all’età di 29,5 anni. Il 63%, al momento dell’iscrizione, ha meno di 30 anni. Dal punto di vista del genere, non ci sono differenze significative.
Il 66,2% dei dottorandi svolge il dottorato nella stessa università in cui ha conseguito la laurea. Questo fenomeno, definito academic inbreeding (consanguineità accademica), è sconsigliato da un’ampia letteratura. Specializzare e assumere dottorandi laureati nello stesso ateneo non aiuta a far circolare le idee tra diverse università e limita dunque le potenzialità della ricerca.
Il fenomeno dell’acadamic inbreeding, non è l’unico neo legato al mondo dei dottorandi italiani:

  • Il 15% dei dottorati intervistati da ADI nel 2018 ha dichiarato di aver riscontrato problemi con il proprio tutor per temi legati alla didattica, per la sua presenza discontinua, limitata o assente, per scarsa o cattiva comunicazione, per richieste eccessive e/o improprie;
  • Secondo un’analisi di Almalaurea del 2018 sembra che il mercato del lavoro non riesca a valorizzare a pieno il percorso formativo dei dottori. Il tasso di disoccupazione dei dottori di ricerca è basso, pari al 5,7%, ma passa dal 2,9% per i dottori in scienze di base ad oltre l’11% per i dottori in scienze umane;
  • Oltre alle differenze legate alla tipologia di percorso accademico, vi sono chiari problemi da un punto di vista territoriale. Il 48,2% dei dottorandi sono iscritti al Nord, il 29,6% al Centro e il 22,2% al Sud. I primi 10 atenei (quasi tutti del Nord) per numero di posti banditi, nel 2018, hanno bandito il 43% del totale dei posti;
  • Dati dell’ISSA e OCSE del 2017 hanno rilevato che i ricercatori italiani guadagnano in media circa 30.000 dollari annui, decisamente meno rispetto a quelli inglesi (75.000), tedeschi (60.000) e francesi (50.000). Pur considerando il diverso potere di acquisto dei Paesi, il reddito dei dottorati italiani risulta decisamente inferiore alla media. Anche per tale motivo, nel 2019, a quattro anni dal conseguimento del titolo, il 18,8% dei dottori di ricerca attualmente vive e lavora all’estero. Le mete preferite risultano Regno Unito (21,2%), USA (14%), Germania (11,7%) e Francia (11,2%).

Detto ciò, nel 2018, le retribuzioni mensili nette dei dottori di ricerca a un anno dal titolo, sono superiori a quanto rilevato tra i laureati magistrali; 1.703 euro rispetto ai 1.285 percepiti dai laureati magistrali a un anno dalla laurea.
Inoltre, il tasso di occupazione ad un anno dal conseguimento del titolo di dottore di ricerca è dell’89%; anche questo dato superiore a quello dei laureati magistrali (ca 72%) e arriva al 93,8%, a sei anni dal conseguimento del
dottorato
.

Master di primo e secondo livello in Italia

A differenza di ciò che accade nell’ambito dei dottorati, per quanto riguarda il mondo dei master, l’ambito di specializzazione più ricercato è quello del management d’impresa. Non mancano comunque master in altri campi, come quello giuridico, umanistico o scientifico.
Anche nel mondo dei master italiani, vi sono luci ed ombre. Tra gli aspetti positivi troviamo i seguenti:

  • Un’indagine di Almalaurea ha rilevato tra oltre 9.000 diplomati di master del 2016 una soddisfazione pari al 93,7%. Più del 44% degli intervistati ha considerato il titolo molto efficace nel mondo del lavoro. Il livello qualitativo dei master erogati in Italia sembra difatti crescere ogni anno. Nella classifica 2020 stilata dal Financial Times sui migliori master in management, la SDA Bocconi di Milano è arrivata tra le prime 5 in UE. Nella QS World University Rankings 2021, tra i primi master al mondo, vi sono corsi organizzati dal Politecnico e la SDA Bocconi di Milano e della Luiss di Roma;
  • Ad un anno dal conseguimento del master, il tasso di occupazione registrato nel 2018 da Almalaurea è dell’88,6%; 88,4% per i diplomati di primo livello e 89% per i diplomati di secondo. Per arrivare a questo tasso occupazionale con la semplice laurea magistrale occorrono mediamente cinque anni;
  • La retribuzione mensile netta, ad un anno dal conseguimento del master, è pari, nel 2018, a 1.717 euro; 1.510 per i diplomati di primo livello, 2.035 per quelli di secondo. Entrambi i valori più alti di quelli registrati da un laureato magistrale.

Come anticipato, vi sono però anche degli aspetti negativi:

  • Innanzitutto, i costi per partecipare ad un master sono alti: superiori mediamente ai 5.000 euro annui con picchi di 20-40.000 euro. Stando alle rilevazioni Almalaurea del 2018, solo il 9,3% degli iscritti ha potuto contare sulla copertura totale dei costi di iscrizione e il 10,7% è stato coperto da una borsa di studio parziale. Il 19% dei finanziamenti è stato erogato dall’università, il 46% da altri enti pubblici e il 26% da enti privati;
  • Anche per il motivo di cui sopra, l’estrazione sociale della famiglia dell’iscritto è un fattore fondamentale. Tra i diplomati di master di II livello, nel 2018, il 40% ha almeno un genitore laureato, contro il 34% dei laureati magistrali; tra i diplomati di master di primo livello, gli iscritti che hanno almeno un genitore laureato sono il 28,8%, contro il 26,4% dei laureati triennali.

Specializzazioni in Italia

Per quanto riguarda le specializzazioni, le aree disciplinari sono quella sanitaria (ad accesso riservato ai medici e non), veterinaria, dei beni culturali, psicologica e delle professioni legali.
Anche questo titolo post lauream consente di ottenere un trattamento economico superiore alla media di quello dei laureati magistrali. Per quanto riguarda l’area di specializzazione medica, ad esempio, il trattamento è corrisposto mensilmente dalle Università e, tolte le trattenute, lo stipendio netto è pari a circa 1.650 euro al mese per i primi due anni e a circa 1.750 euro al mese per gli anni successivi.
Allo stesso tempo, sono richieste, agli specializzandi medici, numerose tasse, che non seguono criteri uniformi a livello nazionale, né regolamenti progressivi che tengano conto di indicatori familiari e del costo della vita nelle diverse città. Inoltre, sul tema degli stipendi, vi sono forti discrepanze con altri Paesi esteri. Quest’ultimo aspetto ha comportato negli ultimi anni, assieme ad altre variabili, un massiccia emigrazione di manodopera qualificata.

Investire maggiormente in ricerca e sviluppo

Negli ultimi 20 anni l’economia italiana è stata caratterizzata da una prolungata stagnazione, perdendo terreno rispetto agli altri Paesi avanzati. Per approfondire si rimanda all’articolo sul PIL italiano. Il motore principale della crescita è l’innovazione. L’innovazione è un fenomeno complesso, tuttavia per innovare sono senza dubbio necessarie risorse e conoscenze. Le risorse destinate all’accumulazione di conoscenza possono essere misurate correttamente dalla spesa in ricerca e sviluppo (R&S). Quest’ultima provieje dallo Stato e dalle imprese. Di seguito una panoramica della % di PIL destinata a ricerca e sviluppo nei principali Paesi Europei.

Come si può evincere dal grafico, in Italia la spesa dedicata all’innovazione è molto bassa se paragonata ad altri Paesi avanzati. Per rivitalizzare l’economia italiana e combattere l’emigrazione qualificata, è auspicabile che lo Stato, da una parte, aumenti il numero di persone in possesso di un titolo post lauream, investendo maggiormente nel proprio sistema educativo; dall’altra, incentivi anche il tessuto produttivo privato ad investire maggiormente in R&S. L’impatto in termini di occupazione e retribuzione pro-capite sarebbe senz’altro positivo. Per approfondire il tema del disallineamento tra domanda e offerta di lavoro e il fenomeno dell’occupazione e disoccupazione in Italia, si rimanda all’apposito articolo.

TAKE AWAY

► Nel 2019 hanno conseguito un titolo post lauream circa 97.000 persone contro le quasi 131.000 del 2007.
► L’Italia è nelle ultime posizioni, tra i Paesi OCSE, per quanto riguarda i dottori di ricerca per popolazione residente. Il mondo della ricerca soffre inoltre di academic inbreeding, di problemi relativi alla geografia, al rapporto tutor-ricercatore, alle aspettative di crescita professionale.
► I dottorandi, come gli specializzandi, vengono remunerati meno rispetto all’estero. Anche il mondo dei master ha alcune ombre, dovuti agli alti costi di iscrizione, che rischiano di rendere il titolo classista. Ciononostante, il tasso di occupazione e la remunerazione garantiti da un titolo post laurea sono mediamente superiori rispetto a quelli garantiti da una laurea magistrale.
► In ottica di competizione globale e al fine di rivitalizzare l’economia italiana, è auspicabile puntare maggiormente alla diffusione dei titoli post laurea, investendo maggiormente in R&S.

Fonti:
MIUR – Offerta Formativa – Aprile 2021
Istat – Il mercato del lavoro 2020: una lettura integrata – Febbraio 2021
MIUR – Portale dei Dati dell’Istruzione Superiore – Aprile 2021
ADI – VIII Indagine ADI su Dottorato e Postdoc – Maggio 2019
Almalaurea – V Indagine condizione occupazionale dei Dottori di ricerca – 2020
Almalaurea – V Indagine condizione occupazionale dei Diplomati di master – 2020
Financial Times – European business school rankings – 2020
Top Universities – QS Management Masters Rankings – 2021
EUROSTAT – R&D expenditure – Settembre 2020
OCPI – Come rilanciare la crescita investendo nella ricerca – Ottobre 2020
FederSpecializzandi – 1° Report nazionale sulla tassazione universitaria dei medici in formazione specialistica – 2019
ANVUR – Rapporto Biennale sullo Stato del Sistema Universitario e della Ricerca 2018 – Gennaio 2019
OCSE – OECD Science, Technology and Innovation Outlook 2018 – Dicembre 2018
OCSE & ISSA – International survey of scientific authors – 2017