Il settore delle costruzioni in Italia

Stando ai dati del 2017, il comparto delle costruzioni e il suo indotto rappresenta il 45% del valore degli investimenti nazionali, il 6% dell’occupazione e circa il 10% del PIL italiano, pari a circa 167 miliardi di euro.
Pur rappresentando un mercato fondamentale, nel periodo che va dal 2008 al 2017, il settore dell’edilizia ha subito una forte crisi; quest’ultima è stata avvertita non solo in Italia, ma in tutto il continente Europeo.

Nel decennio 2008-2017, l’occupazione nel settore delle costruzioni, in Europa, si è ridotta di 3,4 milioni. Nello stesso periodo, in Italia, la riduzione è stata pari a 539.000 posti di lavoro (-28%). Si è passati da 1,93 milioni di addetti a 1,39 milioni. In particolare sono stati persi 355.000 posti nel comparto delle costruzioni dei privati e delle aziende; 43.000 addetti nel comparto delle opere pubbliche; 105.000 lavoratori specializzati. Sul lato dell’età, si stima che 396.000 occupati (il 73%) avessero tra i 15 e i 34 anni. A livello territoriale, il 44% dell’occupazione si è persa nel Nord, il 40% nel Mezzogiorno e il 16% nel Centro; vi sono forti differenze territoriali: in Sicilia si è persa quasi la metà dei posti di lavoro, in Liguria solo il 4%.

I Paesi europei hanno rincominciato a registrare un discreto aumento degli occupati nel settore edile nel 2015; il Bel Paese ha segnato un timido aumento degli occupati solo nel 2017 (circa 5.000 unità).

Nell’intero settore dell’edilizia italiano, nel 2017, il 74% del valore aggiunto è stato garantito da opere di manutenzione edilizia (123,7 miliardi); il 25% da nuove costruzioni (41,7 miliardi); solo l’1% dall’installazione di fonti energetiche rinnovabili (1,8 miliardi). Nel 2007, il mercato delle costruzioni destinava alle opere di manutenzione il 58% del totale, 16 punti in meno.
Occorre sottolineare che di per sé il fenomeno non è negativo. La flessione del numero delle nuovi costruzioni era iniziata prima della crisi del 2008; vista la situazione della demografia italiana, occorre soprattutto recuperare, riqualificare e restaurare il patrimonio edilizio esistente piuttosto che edificare nuovi fabbricati.

Di seguito una panoramica sui permessi di costruire nel periodo 2000-2019 registrati dall’ISTAT.

Come si può evincere dai grafici, negli ultimi anni, sia il numero, sia la superficie dei fabbricati residenziali e non è crollato; solo dal 2014-16 si assiste ad una timida crescita.
Da evidenziare che vi sono importanti disequilibri territoriali. Stando ai dati del 2018, nel Nord del Paese vengono costruite il 55% delle abitazioni nuove e il 47% dei fabbricati non residenziali nuovi.

A livello nazionale, gli investimenti in ristrutturazioni veicolati dagli incentivi fiscali sono passati dai 9,4 miliardi del 2008 a 28,1 miliardi del 2017, quasi il +200%. Dal 2008 al 2017 sono stati investiti in manutenzione straordinaria circa 701 miliardi di euro di cui 218 (31%) incentivati e 483 (69%) non incentivati. In totale gli investimenti in ristrutturazioni hanno garantito 300.000 posti annui.
L’Osservatorio Statistico dei Consulenti del Lavoro ha appurato che un miliardo di incentivo avrebbe generato 2,29 miliardi di domanda aggiuntiva e 1,22 miliardi di indotto; ogni miliardo speso in costruzioni avrebbe inoltre creato circa 15-18.000 posti di lavoro; 10-12mila direttamente nel settore delle costruzioni e il restante nei comparti collegati.

L’effetto moltiplicativo degli incentivi in tale mercato è dunque molto importante, da un punto di vista dei consumi e dell’occupazione.
Dal 2008 al 2017, a livello nazionale, si sono contati oltre 65 miliardi di investimenti in meno in costruzioni, di cui 10,7 per mancanza di investimenti pubblici. Secondo molti analisti, la mancanza di investimenti pubblici in questo settore è stata una delle cause che non ha permesso una piena ripresa economica post-crisi 2008. La quota di PIL persa dal 2008 al 2017 avrebbe incentivato la creazione di 1,2 milioni di posti di lavoro. Ciò avrebbe innescato un abbattimento del tasso di disoccupazione e un forte stimolo alla domanda interna.
Vi è inoltre un tema legato al welfare: nel 2016 l’Italia ha speso solo 609 milioni per migliorare la condizione abitativa delle fasce più deboli; nello stesso anno Germania, Francia e Regno Unito ne hanno speso molti di più.
D’altro canto, si è già discusso nell’articolo dedicato al debito pubblico italiano riguardo l’oggettiva difficoltà di foraggiare la spesa pubblica, a fronte di un enorme debito pubblico accumulato negli anni.

Le carenze del settore italiano delle costruzioni sono profonde e la performance degli ultimi anni non dipende esclusivamente dalla crisi del 2008. Quest’ultima ha solo aggravato il quadro di riferimento.
In generale, oltre ad una crescita demografica stagnante e al poco sostegno degli investimenti pubblici, si possono ravvisare le seguenti carenze nel settore:

  • nel confronto con le aziende edili dell’Unione europea, quelle italiane si caratterizzano per la loro piccola dimensione. In media, nel 2017, in Italia si contano 2,6 addetti per impresa contro i 3,6 addetti nella media europea. Nel Regno Unito sono 4,4, in Germania 6,3. In Italia risultano solo 80 grandi imprese attive nelle costruzioni, che occupano 52.000 addetti. Queste sono le uniche che possono, per la loro organizzazione, competere nel mercato internazionale. Nel Regno Unito sono 309 (289.000 addetti), in Germania 262 (152.000 addetti), in Francia 229 (310.000 addetti), in Spagna 119 (108.000 addetti);
  • la produttività delle aziende italiane, calcolata come fatturato generato per dipendente, è in media più bassa di quelle delle imprese degli altri Paesi europei. La prospettiva cambia se si osservano solo le medie imprese. In questo caso le aziende italiane risultano competitive sul mercato rispetto a quelle europee di stessa dimensione. Altro fattore che dovrebbe spingere alla concentrazione del mercato in meno attori più strutturati;
  • il livello di istruzione medio degli addetti nell’edilizia è molto basso. Nel 2017 il 55,1% ha conseguito al massimo la licenza media, il 40,8% il diploma e solo il 4,1% è laureato. Il basso livello di istruzione si riflette sul livello di qualifica professionale: solo il 13,5% svolge professioni altamente qualificate. Ciò non aiuta ad aumentare la produttività di cui al punto precedente e costruire un tessuto capace di rendersi competitivo in scala internazionale;
  • Il ricorso al lavoro non regolare da parte delle imprese e dei cittadini – caratteristica strutturale di molti settori italiani – è particolarmente diffuso nelle costruzioni. Si stimano circa 247.000 lavoratori in nero nel comparto: negli ultimi anni l’incidenza del lavoro irregolare nel settore è passata dall’11,4% del 2008 al 15,8% del 2016.

Di fatto, anche nel comparto delle costruzioni, riecheggia l’eco di alcune debolezze italiche riscontrate nell’articolo che tratta della struttura dell’economia italiana e nell’articolo che tratta il fenomeno dell’economia non osservata.

TAKE AWAY

► Il comparto italiano delle costruzioni, con il suo indotto, vale ad oggi circa il 10% del PIL. Negli ultimi anni, come nel resto dell’Europa, ha subito una forte crisi. Solo nel 2017 è riuscito a mostrare una timida ripresa.
► La mancanza di investimenti pubblici in questo settore per molti è stata una delle cause che non ha permesso una piena ripresa economica dopo la crisi del 2008.
► Nel 2017, il 74% del valore aggiunto è stato garantito da opere di manutenzione edilizia. Nel 2007 era il 58%. Anche in virtù del calo demografico, si predilige la riqualificazione del patrimonio esistente.
► Il settore italiano delle costruzioni presenta alcune criticità, che vanno al di là degli shock internazionali subiti negli ultimi anni. In primis, il nanismo e la bassa produttività media delle imprese, la bassa specializzazione del lavoro, il ricorso sistematico al lavoro in nero, marcati divari territoriali e mancanza di forti investimenti pubblici.

Fonti:
Osservatorio Statistico dei Consulenti del Lavoro – Edilizia, una crisi inarrestabile – Febbraio 2019
ISTAT – Statistiche sui permessi di costruire – Luglio 2020