Disoccupazione e occupazione in Italia

Il tasso di disoccupazione è un indicatore statistico del mercato del lavoro, che esprime la percentuale di disoccupati sulla popolazione attiva nel mercato del lavoro. Viene calcolato come rapporto percentuale tra i disoccupati in una determinata classe d’età e l’insieme di occupati e disoccupati di quella stessa classe d’età. In questo articolo la classe di età considerata è quella standard scelta dall’ISTAT: maggiore di 15 anni.
A Luglio 2020, il tasso in Italia è del 9,7%. Seppur in calo rispetto agli anni precedenti, rimane uno dei più in alti in Unione Europea, dopo quello di Grecia (ca 18%) e Spagna (ca 14%). La media del tasso in UE, calcolata nello stesso periodo dall’Eurostat, è pari a circa l’8%.
Nello stesso mese, il tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) è a quota 31,1%. Anche in questi caso gli unici Paesi europei a fare peggio dell’Italia sono Grecia e Spagna. Il 2019 si era chiuso con numeri migliori, ma la pandemia dovuta al Covid-19 ha fatto rialzare i tassi.
Di seguito una panoramica di 16 anni (dal 2004 al 2019) dei tassi di disoccupazione, giovanile e non, suddivisi anche per sesso.

Il calo del tasso di disoccupazione totale (15 anni e più) sta avvenendo a rilento negli ultimi anni. Il tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) è perfino aumentato nel 2019. Le differenze in termini di genere risultano piuttosto evidenti.

Nel grafico sottostante è possibile esaminare il tasso di disoccupazione (15 anni e più) suddiviso per area geografica dal 1977 al 2019.

Dalla serie storica si nota come il fenomeno della disoccupazione sia strettamente legato alle crisi economiche che hanno colpito l’Italia. Le ultime, del 2008/2009 e del 2011/2012 sembrano aver esaurito il loro effetto negativo sull’occupazione dopo il 2014. Il 2020 non fa ben sperare alla luce della crisi socio-economica innescata dalla pandemia da Covid-19.

I dati, non molto confortanti, mostrano un Paese a due – se non a tre – velocità. Il Nord-Ovest e il Nord-Est mostrano tassi di disoccupazione pressoché allineati, il Centro li segue poco al di sopra. Il Mezzogiorno mostra un tasso di disoccupazione molto superiore alla media nazionale (17,4% nel 2019 contro 10%). Il concetto è ancor più evidente da questa fotografia dell’Italia nel 2019. In quest’ultima viene mostrato (a sinistra) il tasso di occupazione per provincia e (a destra) il tasso di disoccupazione per provincia.

Di seguito, una panoramica riguardo la disoccupazione per titolo di studio dal 1977 al 2019.

Da almeno 20 anni il fatto di possedere un titolo di studio più alto offre maggiori opportunità di lavoro rispetto alla media. Lo stesso concetto è ribadito nell’articolo che descrive il mondo dei laureati in Italia, a cui si rimanda.

Il tasso di occupazione è un altro importante indicatore statistico del mercato del lavoro. Esprime la percentuale di popolazione occupata di una determinata classe d’età sul totale della popolazione della stessa classe d’età. Nel 2018 e 2019 si sono registrati aumenti dell’occupazione e si sono superati i livelli pre-crisi 2008. Il tasso di occupazione 15-64 anni ha toccato nel Novembre 2019 il massimo storico del 59,4%. A Luglio 2020 il tasso è pari al 57,8%. Il dato rimane però lontano dalla media UE (>70%).
Di seguito è possibile osservare il dato dell’occupazione dal 2004 al 2019 per sesso e per macro-regione.

Come per il tasso di disoccupazione, anche per il tasso di occupazione sono palesi evidenti problematiche territoriali e di genere.

Nel 2019, su un totale di circa 23,38 milioni di occupati, circa 18,1 (il 77%) erano dipendenti e circa 5,2 (il 23%) indipendenti. Dei lavoratori dipendenti, circa il 67% risultava a tempo indeterminato full-time, il 15% a tempo indeterminato part-time, il 12% a tempo determinato full-time, il 5% a tempo determinato part-time.

Sempre nel 2019, tra gli inattivi compresi tra i 15 e i 64 anni, vi erano 2,8 milioni che rappresentano forza di lavoro potenziale e circa 10,3 milioni che non cercavano lavoro o non erano disponibili a lavorare. Tra gli inattivi rientrano anche i Neet (not in education, employment or training). I Neet sono giovani tra i 20 e i 34 anni che non studiano, non lavorano e non cercano lavoro. Essi rappresentavano nel 2018 quasi il 23,4% dei giovani tra i 20 e i 34 anni in Italia, più di 2,116 milioni. Tale dato, di per sé preoccupante, assume contorni ancor più tragici se paragonato a quello della media Europea nello stesso 2018: 16,5%.

Sui motivi che non permettono all’Italia di equiparare i tassi di disoccupazione e occupazione degli altri Paesi europei incidono molte variabili. In primis, le disparità in termini di genere e territoriali, come già mostrato. Vi è però anche un’importante criticità legata al mismatch (disallineamento) tra domanda (delle imprese) e offerta (dei lavoratori). Negli ultimi anni, la distanza economica che separa l’Italia dalla media dei Paesi leader è per gran parte attribuibile all’incapacità del sistema economico nazionale di soddisfare la domanda di beni e servizi che il mercato reclama. Andamento del sistema economico e mercato del lavoro sono, per ovvi motivi, fortemente allineati.

Se è vero che, in media, le lauree scientifiche portano a risultati migliori di quelle umanistiche, sia in termini occupazionali, sia in termini monetari, moltissimi sono ancora gli iscritti italiani a facoltà umanistiche. Ingegneria, scienze infermieristiche e ostetriche, medicina e chirurgia, garantiscono tassi di occupazione e redditi sopra la media. Secondo AlmaLaurea, nel 2018, in media, entro tre anni dal titolo, lavora l’85% del neo-laureati con uno stipendio medio netto di 1.300 euro al mese. Poco sopra la media troviamo anche chi ha studiato discipline economico-aziendali. Sotto la media: scienze politiche, storia, filosofia e giurisprudenza.

Ogni persona deve essere libera di scegliere il percorso di crescita professionale che più gli aggrada. Allo stesso tempo, occorre aggiornare i programmi scolastici e orientare le nuove generazioni a compiere scelte consapevoli nel mondo dello studio e del lavoro. Spesso i percorsi umanistici non sono aggiornati o profilati secondo le caratteristiche del nuovo mondo digitale. Altrettanto spesso l’orientamento allo studio non viene effettuato in maniera appropriata. Ciò avviene in particolar modo nel passaggio tra le scuole medie e superiori e tra le scuole superiori e il mondo universitario.

Vi è infine l’annosa questione relativa agli investimenti pubblici in istruzione e ricerca. Come ribadito nell’articolo che indaga le peculiarità del sistema educativo italiano, l’Italia attualmente sta investendo nell’istruzione una % di PIL minore rispetto ai suoi omologhi europei. In un mondo in cui il contenuto tecnologico dei beni e dei servizi è la chiave per trainare l’economia di un Paese, il sapere dovrebbe essere messo al primo posto. In Italia osserviamo alti tassi di analfabetismo funzionale e analfabetismo digitale. Tali dati sono strettamente legati alla capacità produttiva di un Paese.

In questo contesto, il paradosso è che gran parte del tessuto imprenditoriale non è in grado di assorbire offerta di lavoro qualificato. Il dato più eclatante riguarda l’esodo di quasi 33.000 laureati under35 dal 2010 al 2015, che si stima sia costato all’economia del Bel Paese oltre 10 miliardi. Tale importo si ottiene sommando il costo della formazione pubblica ai mancati introiti fiscali generati dai lavoratori più qualificati. Dal 2009 al 2018, l’Istat stima una emigrazione di oltre 182.000 laureati. Solo nel 2018 si contano 29.000 emigrati laureati in totale.

TAKE AWAY

► Il tasso di disoccupazione (over15) a Luglio è del 9,7%. Seppur in calo, è decisamente superiore alla media Europea (ca 8%). Il tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) è del 31,1%. Solo Grecia e Spagna in UE lo registrano più alto.
► Il tasso di occupazione (15-64 anni) a Luglio 2020 è del 57,8%, lontano dalla media UE (>70%). Nel 2018 si contano oltre 2 milioni di giovani (20-34 anni) che non studiano, non lavorano e non cercano lavoro.
► I tassi di occupazione e disoccupazione italiani dipendono fortemente dal genere, dalla geografia e dal titolo di studio. Oltre a specifiche politiche mirate ad attutire questi effetti distorsivi, l’Italia dovrebbe investire nell’aggiornamento dei programmi educativi e nell’integrazione tra mondo accademico a lavorativo. Il tutto, cercando di arginare il fenomeno dell’emigrazione qualificata.

Fonti:
ISTAT – Tasso di occupazione per età, regione, titolo di studio – Marzo 2020
ISTAT – Annuario Statistico Italiano 2019: Mercato e lavoro – Dicembre 2019
AlmaLaurea – Condizione occupazionale dei laureati 2018 – Giugno 2019
ISTAT – Il mercato del lavoro 2019: una lettura integrata – Marzo 2020
ISTAT – Occupati e Disoccupati (Dati provvisori) – Settembre 2020